
Il sentimentalismo del superiore ripugnava a Baley, ma non poté fare a meno di contemplare il mondo esterno con una punta di fascino. Anche incupita dal cattivo tempo la Città offriva una vista spettacolare. Il Dipartimento di Polizia si trovava ai piani superiori del Municipio, e il Municipio svettava molto in alto. Dalla finestra del questore si vedeva la cima delle altre torri, più basse. Sembravano altrettante dita puntate al cielo. Le pareti erano lisce e senza aperture. Erano i gusci esterni dell’alveare umano.
«Quasi mi dispiace che stia piovendo» disse il questore. «Non riusciamo a vedere Spacetown.»
Baley guardò a ovest, ma era come aveva detto il questore: l’orizzonte era offuscato dal maltempo. Le torri di New York sbiadivano sempre più nella nebbia e sparivano in un indistinto sfondo biancastro.
«So com’è Spacetown» disse Baley.
«Mi piace come appare da qui» fece il questore. «Si distingue appena nell’intervallo fra i due settori di Brunswick. Cupole basse sparse dappertutto. È questa la differenza fra noi e gli Spaziali: noi viviamo affollati in poco spazio e dobbiamo costruire le torri per starci dentro tutti, loro si permettono una cupola per famiglia. Ogni famiglia ha la sua casa. E fra le cupole c’è spazio… hai mai parlato con uno Spaziale, Lije?»
«Qualche volta. Circa un mese fa ho parlato con uno di loro dal suo intercom» disse Baley, paziente.
«Sì, ricordo. Ma sto andando nel filosofico: noi e loro. Due modi di vita diversi.»
Lo stomaco di Baley cominciava a contrarsi un po’. Più, tortuoso era il modo in cui il questore affrontava l’argomento, più micidiale doveva essere la conclusione.
Disse: «Va bene, ma cosa c’è di tanto sorprendente? Non si può pretendere che otto miliardi di persone, quant’è la popolazione della Terra, possano permettersi una cupola per famiglia. Quelli hanno tutto lo spazio che vogliono, sugli altri pianeti. Che vivano a modo loro.»
