Jessie si allontanò ancora di più, rossa in faccia e furiosa. «Penso che sei un uomo orribile e disgustoso!»

Lije la guardò sbalordito. «Ma che t’ho fatto? Che ti prende?»

Lei uscì di casa senza rispondere e passò la sera e metà della notte ai livelli del video subeterico, viaggiando instancabilmente da spettacolo a spettacolo e consumando due mesi di quota-divertimenti (siccome la quota era comune, ci andò di mezzo anche Lije).

Quando tornò nell’appartamento trovò il marito sveglio, ma non gli disse parola.

Più tardi, molto più tardi, Baley si rese conto di aver distrutto una parte dei sogni di sua moglie. Per lei il suo nome aveva un significato misterioso, sinistro, e compensava il passato ultra-rispettabile che da ragazza aveva avuto. L’avvolgeva in un’aura di peccato, di licenza che lei adorava.

Adesso era tutto finito. Non parlò più del suo nome completo né a Lije né agli amici, e per quanto lui ne sapeva nemmeno a se stessa. Diventò Jessie e cominciò a firmarsi così.

Con il passare dei giorni gli rivolse di nuovo la parola, e dopo qualche tempo la vita riprese al ritmo normale; nessuna delle liti che vennero poi ebbe la stessa intensità.

Solo una volta si tornò a sfiorare l’argomento, ma indirettamente. Fu all’ottavo mese di gravidanza. Jessie aveva lasciato il posto di assistente dietologa nella mensa A-23 e avendo tempo libero si divertiva a fare preparativi per la nascita del bambino.

Una sera disse: «Che ne dici di Bentley?».

«Come, cara?» Baley alzò gli occhi da un fascio di pratiche che si era portato a casa. (Con una bocca in più da sfamare, la paga di Jessie sospesa e la sua promozione ai livelli superiori lontana più che mai, fare dello straordinario era indispensabile.)

«Voglio dire, se il bambino è maschio, Bentley è un bel nome, ti pare?»



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