Baley piegò gli angoli della bocca. «Bentley Baley? Non ti sembrano troppo simili?»

«Non so. Ha un certo fascino, questo è sicuro. E poi il ragazzo può scegliersi un secondo nome quando crescerà.»

«Per me va bene.»

«Sicuro? Voglio dire… Forse desideravi chiamarlo Elijah.»

«Poi dovremmo aggiungerci Junior… No, non credo che sia una buona idea. Se vuole, quando sarà grande chiamerà Elijah suo figlio.»

Allora Jessie disse: «C’è ancora una cosa» e si fermò.

Dopo un silenzio lui alzò gli occhi. «Che cosa?»

Lei non lo guardò in faccia, ma disse con fermezza: «Bentley non è un nome biblico, vero?».

«No» rispose Baley. «Sono sicuro di no.»

«Allora va bene. Non voglio nomi biblici.»

E questa fu l’unica allusione alla vecchia lite. Il tempo passò, e quando Lije Baley arrivò a casa in compagnia di R. Daneel Olivaw era sposato con Jessie da diciotto anni. Suo figlio Bentley (non aveva ancora scelto un secondo nome) ne aveva poco più di sedici.


Baley si fermò davanti alla grande porta su cui era scritto, in lettere vistose: PERSONALE — UOMINI. Più in piccolo era scritto SOTTOSETTORI 1A — 1E. Un’ultima dicitura, piccolissima, avvertiva: "In caso di perdita delle chiavi, comunicare subito col 27 — 101 — 51." Era apposta proprio sopra la serratura.

Un uomo li sfiorò, inserì una linguetta d’alluminio nella serratura ed entrò. Si chiuse la porta alle spalle senza far accomodare Baley. Se l’avesse fatto, Baley si sarebbe sentito gravemente offeso: per lunga abitudine gli uomini fingevano di non notare la presenza degli altri all’interno dei Personali o davanti alla porta. Baley ricordò una delle prime confidenze fattegli da Jessie quando aveva ammesso che nei Personali per donne la situazione era diversa.

Diceva spesso: «Ho incontrato Josephine Greely al Personale e mi ha raccontato…»

Una delle conseguenze negative del loro avanzamento sociale fu che quando ebbero il permesso di usare un piccolo lavandino in camera da letto le amicizie di Jessie ne soffrirono.



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