Baley disse, senza mascherare del tutto il suo imbarazzo: «Per favore, Daneel, aspetta fuori».

«Hai intenzione di lavarti?» chiese R. Daneel.

Baley rabbrividì e pensò: "Dannato robot! Gli hanno insegnato tutto quello che succede sotto l’acciaio, ma non le buone maniere. Se si rivolge a qualcun altro in questo modo il responsabile sarò io.".

Rispose: «Mi farò una doccia. Più tardi si affolla, quindi perderei tempo. Se me la sbrigo adesso, poi avremo tutta la sera davanti a noi».

La faccia di R. Daneel aveva sempre la stessa espressione. «Fa parte dei costumi locali che io aspetti fuori?»

L’imbarazzo di Baley aumentò. «Perché dovresti entrare? A fare che…?»

«Ah, capisco. Sì, naturalmente. Tuttavia anch’io mi sporco le mani, Elijah, quindi voglio lavarmele.»

Mostrò le mani, la palma in fuori. Erano rosate e morbide, con tutte le linee del caso. Portavano il marchio di una tecnologia superiore, e a quanto Lije poté giudicare erano pulitissime.

Baley disse: «Abbiamo un lavandino in casa, per quello». Non c’era traccia di vanteria nella sua voce: lo snobismo, con un automa, è inutile.

«Grazie per la gentilezza, tuttavia credo di voler usare questo posto. Se devo vivere fra gli uomini della Terra, sarà meglio che adotti le vostre abitudini e i vostri costumi.»

«Allora vieni.»

La pulizia e quasi l’allegria dell’interno contrastavano con i criteri del resto della Città, rigidamente utilitaristici.

Baley, tuttavia, ci era abituato e non ci fece caso.

Disse a Paneel, parlando piano: «Mi ci vorrà mezz’ora circa. Aspettami». Si avviò e poi tornò sui suoi passi: «E non parlare a nessuno, non guardare nessuno. Capito? È una regola importante».

Si affrettò ad allontanarsi per evitare di essere sorpreso a parlare; non ci teneva a dare scandalo, ma nel vestibolo non c’era nessuno; già, per fortuna erano soli nel vestibolo.



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