
Percorse il corridoio, in fretta, sentendosi materialmente sporco, superò le sale comuni e raggiunse i box privati. Erano cinque anni che ne aveva conquistato uno, largo a sufficienza per contenere doccia, una piccola lavanderia e altre necessità. C’era perfino un proiettore che trasmetteva i film più recenti.
«Una seconda casetta» aveva scherzato quando glielo avevano assegnato. Ma ora si chiedeva se fosse possibile riadattarsi all’esistenza spartana delle sale comuni, se il morale di un uomo potesse sopportare la perdita dei privilegi connessi alla qualifica.
Schiacciò il pulsante di azionamento della lavanderia e il quadrante liscio del contatore si illuminò.
Quando Baley tornò con il corpo rinfrescato, la biancheria lavata, una camicia pulita e, in genere, un senso di benessere e conforto, R. Daneel lo aspettava tranquillamente.
«Nessun problema?» chiese Baley quando furono all’esterno e poterono parlare.
«Nessuno, Elijah» disse R. Daneel.
Jessie era sulla porta e aveva un sorriso nervoso. Baley la baciò.
«Jessie» borbottò «questo è il mio nuovo collaboratore, Daneel Olivaw.»
Jessie tese la mano, che R. Daneel prese e lasciò. Lei si volse al marito, poi guardò timidamente l’ospite.
«Vuole sedersi, signor Olivaw? Dovrei parlare a mio marito di qualche faccenda di famiglia. Mi ci vorrà un minuto, spero che non le dispiaccia.»
Mise la mano sulla manica di Baley, che la seguì nell’altra stanza.
Lei disse, in un sussurro: «Non sei ferito, vero? Mi sono preoccupata moltissimo quando ho sentito il notiziario».
«Che notiziario?»
«L’hanno trasmesso circa un’ora fa. Sui disordini al negozio di scarpe. Dicono che due agenti in borghese hanno messo a posto tutto. Sapevo che stavi venendo a casa con un collega, e siccome è successo nel nostro sottosettore, proprio all’ora in cui arrivi, ho pensato che dovevi essere stato tu, ma che forse avevano indorato la pillola ed eri…»
