
«Per favore, Jessie. Come vedi sto benissimo.»
Jessie si dominò con uno sforzo. Disse, debolmente: «Il tuo collaboratore non è della tua stessa divisione, giusto?».
«Giusto» rispose Baley miseramente. «È… un perfetto estraneo.»
«Come devo trattarlo?»
«Come chiunque altro. È solo il mio collaboratore, tutto qui.»
Lo disse in modo così poco convincente che Jessie strinse gli occhi: «Cosa c’è che non va?».
«Niente. E adesso torniamo in soggiorno, o cominceremo a sembrare strani.»
Lije Baley si vergognava del suo appartamento. Fino a quel momento niente del genere gli era passato per la testa, anzi ne era sempre stato fiero. C’erano tre ampie stanze, e il soggiorno misurava tre metri e mezzo per cinque. Ogni stanza conteneva un armadietto. Uno dei dotti principali di ventilazione passava lì vicino e questo significava un po’ di rumore ogni tanto, ma d’altra parte assicurava perfetto controllo della temperatura e aria ben condizionata. L’appartamento, inoltre, era vicino a entrambi i Personali, il che non era un vantaggio da poco.
Ma ora che quella creatura di altri mondi sedeva nel soggiorno di casa sua, Lije Baley si sentiva in imbarazzo. L’appartamento gli sembrava squallido e inadeguato.
Con allegria appena forzata Jessie disse: «Tu e il signor Olivaw avete già mangiato, Lije?».
«Per la verità» rispose Baley, rapido «Daneel non mangerà con noi. Io invece ho fame.»
Jessie accettò la situazione senza scomporsi. Con le scorte di cibo così scarse e il razionamento così severo, era elementare buona educazione rifiutare l’ospitalità degli altri.
Lei disse: «Spero che non le dispiaccia se mangiamo, signor Olivaw. Di solito Lije, Bentley e io pranziamo alle mense del settore, sa, è molto più conveniente e c’è più scelta; inoltre, detto fra noi, aiuta socialmente.
