Il questore tornò alla sua poltrona e sedette. Gli occhi fissavano Baley senza battere ciglio, lievemente rimpiccioliti dalle lenti concave. Disse: «Non tutti sono così tolleranti sulle differenze culturali. Sia fra noi che fra gli Spaziali».

«Va bene. E quindi?»

«Quindi tre giorni fa uno Spaziale è morto.»

Ci siamo. Gli angoli della bocca sottile di Baley si sollevarono un po’, ma l’effetto sulla faccia lunga e triste fu irrilevante. Disse: «Che peccato. Una malattia contagiosa? Un virus, un raffreddore forse…».

Il questore parve stupito. «Ma di che stai parlando?»

Baley non si preoccupò di spiegare. La precisione con cui gli Spaziali avevano eliminato le malattie dalla loro società era ben nota. La cura con cui evitavano gl’infetti terrestri, per quanto possibile, era ancora più nota. Peccato che il questore non avesse senso dell’umorismo.

Baley disse: «Facevo tanto per parlare. Di che è morto?». Si voltò verso la finestra.

Il questore rispose: «Di asportazione del petto. Qualcuno ha usato un fulminatore contro di lui».

Baley sentì la schiena irrigidirsi. Senza voltarsi, disse: «Cosa?».

«Omicidio» rispose dolcemente il questore. «Tu sei un uomo di mondo. Sai che cos’è l’omicidio.»

Finalmente Baley si girò. «Ma uno Spaziale! Tre giorni fa!»

«Sì.»

«Chi è stato? Come?»

«Gli Spaziali sostengono che è stato un terrestre.»

«Non è possibile.»

«Perché no? Tu non li ami, io nemmeno. Chi li vuole, su questo dannato mondo? Qualcuno ha spinto il suo disamore un po’ più in là, questo è tutto.»

«Sicuro, ma…»

«C’è stato l’incendio alle fabbriche di Los Angeles. C’è stata la sommossa anti-R. a Berlino e i disordini di Shangai.»

«Va bene.»

«Tutto parla di scontento crescente. Forse c’è una specie di organizzazione.»



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