«Questore, io non capisco. Mi sta mettendo alla prova per qualche motivo?»

«Cosa?» Il questore sembrava onestamente stupito.

Baley lo tenne d’occhio. «Tre giorni fa uno Spaziale viene ammazzato e gli Spaziali pensano che ci sia sotto un terrestre. Finora» tamburellò sul piano della scrivania «non è emerso niente. Ho ragione? Questore, è semplicemente incredibile. Per la valle di Giosafatte, se una cosa del genere accadesse sul serio la Città di New York salterebbe in aria, tutta quanta.»

Il questore scosse la testa. «Non è così facile. Guarda, Lije, sono stato fuori tre giorni e ho parlato con il sindaco. Sono stato a Spacetown e a Washington, al Terrestrial Bureau of Investigation.»

«Ah sì? E che le hanno detto i ragazzi del TBI?»

«Che la rognetta è nostra e ce la teniamo. Spacetown è sotto la giurisdizione di New York.»

«Ma con diritti extraterritoriali!»

«Lo so, ci sto arrivando.» Gli occhi del questore non ressero oltre lo sguardo penetrante di Baley. D’un colpo sembrava che i ruoli si fossero invertiti, e che il superiore fosse Baley; quest’ultimo accettava il fatto.

«Gli Spaziali possono cavarsela da soli, la loro patata bollente.»

«Aspetta un minuto, Lije» pregò il questore. «Non farmi fretta. Sto cercando di parlarti in tutta onestà, da uomo a uomo. Voglio che tu conosca la mia posizione. Io ero là quando si è sparsa la notizia. Avevo un appuntamento con lui… con Roj Nemennuh Sarton.»

«La vittima?»

«La vittima.» Il questore gemette. «Altri cinque minuti e avrei scoperto il cadavere io stesso. Sarebbe stato un bello shock. Ti assicuro che è stata una cosa brutale, veramente brutale. Mi sono venuti incontro e mi hanno informato, e da allora ho passato tre giorni d’incubo. E a peggiorare tutto, la mancanza degli occhiali. Per fortuna questo non succederà più: ne ho ordinati tre paia.»

Baley cercò di figurarsi la scena.



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