
In un recesso della sua mente, Joe si chiedeva come poteva sopravvivere uno scheletro vivente. Le ossa erano ancora munite di cartilagini e tendini, erano collegate da fili metallici o da campi magnetici, oppure ogni osso era solo un magnete di calcio collegato a quello adiacente? o forse tutto era connesso con la generazione della mortale elettricità eburnea.
Nel silenzio generale del Boneyard qualcuno si schiarì la gola, una Donna Scarlatta ridacchiò isterica, dal vassoio della ragazza più nuda del cambio cadde una moneta d’oro che tintinnò e rotolò a terra con note musicali.
— Silenzio — ordinò il Grande Giocatore, e con movimento rapidissimo, quasi troppo rapido per seguirlo distintamente, si infilò una mano sotto la giacca e quando la ritirò fuori la posò sulla sponda del tavolo, dove si materializzò uno scintillante revolver d’argento a canna corta. — Il primo che osa fare rumore, dalla più umile ragazza negra a lei, Mister Bones, mentre il mio stimato avversario tira, si ritrova con una pallottola nella testa.
Joe gli restituì un leggero inchino di cortesia. Si sentiva stranito, poi decise di iniziare con un sette costituito da un asso e da un sei. Lanciò, e questa volta il Grande Giocatore, a giudicare dai movimenti del suo cranio, seguì attentamente la traiettoria dei dadi con quei suoi occhi invisibili.
I dadi caddero, rotolarono e si fermarono, Joe si avvide, incredulo, che per la prima volta da quando giocava aveva sbagliato. O forse negli occhi morti del Grande Giocatore c’era una forza maggiore di quella che fremeva nella sua mano destra. Il dado del sei era uscito bene, ma quello dell’asso aveva fatto una mezza piroetta in più e aveva dato anche lui sei.
— Fine del gioco — sentenziò Mister Bones con voce d’oltretomba.
Il Grande Giocatore sollevò una mano scheletrica. — Non esattamente — sussurrò. Le cavità nere dei suoi occhi erano puntate su Joe come cannoni. — Joe Slattermill, lei ha ancora qualcosa di valore da puntare, se lo desidera. La sua vita.
