
La schiavetta comprata da poco, la sua Agar, fu la prima a concepire. Cavil la guardava con orgoglio mentre il suo ventre incominciava a crescere. Da quel segno capì di essere veramente il prescelto del Sorvegliante, e il nuovo potere che sentiva in sé gli diede una gioia selvaggia. Sarebbe nato un bambino, il suo bambino. Già sapeva quale sarebbe stato il passo successivo. Se il suo sangue bianco doveva salvare il maggior numero possibile di anime nere, non avrebbe certamente potuto tenersi in casa quei piccoli mulatti. Li avrebbe venduti al Sud, ciascuno a un diverso acquirente, in una città diversa, e poi avrebbe affidato al Sorvegliante il compito di vegliare su di loro finché non fossero cresciuti e non avessero sparso il suo seme fra gli sventurati membri della razza nera.
E ogni mattina guardava sua moglie fare colazione. «Cavil, amore mio» disse lei una volta «c’è forse qualcosa che non va? Nel tuo volto c’è come un’ombra, un’espressione di… rabbia, forse, o di crudeltà. Hai litigato con qualcuno? Non ti avrei detto niente, se non fosse che… mi fai paura.»
Cavil carezzò teneramente la mano contorta della moglie, mentre la serva nera li guardava da sotto le palpebre pesanti. «Non nutro rancore contro nessuno, uomo o donna che sia» disse gentilmente Cavil. «E quella che tu chiami crudeltà, non è che forza. Ah, Dolores, come puoi guardarmi negli occhi e chiamarmi crudele?»
Ella scoppiò in lacrime. «Perdonami» esclamò. «È colpa della mia immaginazione. Tu, l’uomo più buono che io conosca… È stato certamente il diavolo a inviarmi una simile visione. Il diavolo può inviare false visioni, lo sai anche tu, ma solo i malvagi restano ingannati. Perdona la mia malvagità, marito mio!»
