Peggy avrebbe voluto — oh, con quanto ardore — non sapere con certezza che le cose sarebbero andate così. Ma Peggy era una fiaccola fino al midollo, la fiaccola più potente di cui si fosse mai udito parlare, più potente ancora di quanto gli abitanti di Hatrack River avessero mai immaginato.

Si tirò a sedere sul letto e non gettò via la scatola, non la nascose, non la frantumò e nemmeno la seppellì. Invece la aprì. All’interno c’era l’ultimo frammento del cappuccio di Alvin, risecchito e bianco come un pezzo di carta in un focolare spento. Undici anni prima, quando la mamma di Peggy aveva aiutato il piccolo Alvin a uscire dal pozzo della vita, e Alvin aveva cercato per la prima volta di respirare nell’aria umida della locanda di papà Guester mentre a poca distanza rumoreggiava il fiume Hatrack in piena, Peggy aveva staccato quella membrana sottile e sanguinolenta dal viso del piccolo in modo che questi potesse respirare. Alvin, settimo figlio maschio di un settimo figlio maschio, e ultimo nato di tredici fratelli e sorelle… Peggy capì sull’istante quali sarebbero stati i sentieri della sua vita. Alla morte, ecco a che cosa andava incontro, alla morte in cento possibili disgrazie, in un mondo che sembrava fermamente deciso a ucciderlo prima ancora che potesse veramente dirsi vivo.

All’epoca lei era soltanto la piccola Peggy, una bambina di cinque anni, ma già da due anni sapeva di essere una fiaccola, e in quei due anni non aveva mai visto un neonato con tanti sentieri che conducessero alla morte. Peggy li aveva esplorati tutti, e di tutti ne aveva trovato uno solo, seguendo il quale quel bambino sarebbe potuto diventare uomo.

Ciò sarebbe avvenuto se lei avesse conservato quel cappuccio, sorvegliando da lontano il piccolo Alvin. In tal modo, ogni volta che la morte si fosse protesa verso di lui, Peggy avrebbe potuto prendere un frammento del cappuccio e l’avrebbe sbriciolato tra le dita, sussurrando ciò che doveva accadere, immaginandolo nella propria mente.



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