Così sarebbe successo esattamente ciò che lei desiderava. E infatti, così era avvenuto. Non gli aveva forse impedito di annegare o di scivolare giù dal tetto? Non l’aveva salvato da un bisonte infuriato? Una volta Peggy aveva persino troncato di netto una grossa trave che cadendo da quindici metri d’altezza stava per schiacciarlo sul pavimento di una chiesa in costruzione; aveva spaccato quella trave proprio nel mezzo, così che metà gli era caduta da una parte, metà dall’altra, lasciando giusto lo spazio perché lui potesse restare in piedi. E cento altre volte, quando aveva agito così accortamente che nessuno avrebbe potuto immaginare che gli aveva salvato la vita, anche allora l’aveva protetto usando il cappuccio.

Qual era il segreto? Peggy ne aveva una vaghissima idea. Sapeva soltanto che in realtà sfruttava i poteri dello stesso Alvin, lo straordinario dono con cui questi era nato. Nel corso degli anni, anche lui aveva imparato qualcosa riguardo al proprio talento per fare le cose e dar loro una forma e tenerle insieme e separarle. Finalmente, nel corso dell’ultimo anno, trascinato a forza nella guerra tra Rossi e Bianchi, aveva cominciato a proteggersi da solo, per cui a Peggy era rimasto ben poco da fare. Una bella fortuna. Di quel cappuccio infatti non era rimasto granché.

Peggy richiuse il coperchio. Non voglio vederlo, pensò. Non voglio sapere più niente di lui.

Ma le sue stesse dita tornarono ad aprire la scatola, perché lei doveva sapere. Aveva trascorso metà della sua esistenza, o almeno così le pareva, a toccare quel cappuccio e a cercare la sua fiamma vitale laggiù a nordovest, nella lontana città di Vigor Church, a sincerarsi che Alvin stesse bene, a frugare i sentieri del suo futuro in cerca dei pericoli che vi si potevano celare.



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