
Peggy lasciò andare il cappuccio e chiuse il coperchio della scatola con la stessa sveltezza che avrebbe impiegato nel tentativo di chiudervi dentro una mosca.
Viene a cercare me. Viene per incominciare una vita di patimenti insieme a me. Su, Faith Miller, sciogliti in lacrime, ma non perché il tuo piccolo Alvin stia per iniziare il suo viaggio verso est. Piangi per me, per la donna che vedrà la sua vita rovinata dal tuo bambino. Versa le tue lacrime per il dolore solitario di un’altra donna.
Peggy rabbrividì, si scosse di dosso la tetraggine di quell’alba grigiastra e si vestì in fretta e furia, chinando la testa per evitare le lunghe travi inclinate del tetto. Nel corso degli anni, aveva imparato vari trucchi per scacciare dalla propria mente il pensiero di Alvin Miller Junior, almeno per il tempo sufficiente a fare il suo dovere di figlia in casa dei genitori, o per svolgere i suoi servizi di fiaccola a beneficio della gente dei dintorni. Se voleva, poteva trascorrere ore intere senza pensare a quel ragazzo. E, sebbene adesso fosse più difficile, poiché sapeva che proprio quel mattino Alvin stava per intraprendere il cammino che l’avrebbe condotto sino a lei, riuscì ugualmente a mettere da parte ogni pensiero che lo riguardasse.
Peggy aprì le tende e si mise a sedere davanti alla finestra, con i gomiti appoggiati al davanzale. Spinse lo sguardo oltre la foresta che dalla locanda ancora si estendeva verso meridione fino ai fiumi Hatrack e Hio, interrotta solo da qualche rado allevamento di maiali. L’Hio non poteva vederlo, si capisce, a tante miglia di distanza, nemmeno in quella limpida, fresca aria primaverile.
