
Peggy poteva scorgere tante cose nella fiamma vitale degli altri che a malapena poteva dire di conoscere la propria.
Alle volte si vedeva come il mozzo che stava di vedetta in cima all’albero maestro di una nave. Non che in vita sua avesse mai visto una nave, a parte le chiatte che percorrevano l’Hio, e una volta un battello sul canale Irrakwa. Però aveva letto dei libri, tutti quelli che era riuscita a farsi portare dal dottor Whitley Physicker quando quest’ultimo si recava a Dekane. Era così che aveva imparato che cosa significasse starsene da soli di vedetta sull’albero maestro. Bisognava stare aggrappati alle sartie, con le braccia infilate in un viluppo di cordame per non cadere nel caso di un beccheggio improvviso o di una raffica di vento inaspettata; gelati fino al midollo d’inverno, scorticati dal sole d’estate; e nient’altro da fare tutto il giorno, nelle lunghe ore del turno di guardia, che scrutare la superficie vuota e azzurra dell’oceano. Se navigava su una nave pirata, la vedetta doveva individuare le vele di possibili prede; se si trovava su una baleniera, cercava schizzi di spuma e sbuffi di vapore. Nella maggior parte dei casi, segnalava solo l’apparire della terraferma, di scogli affioranti, di barre di sabbia nascoste oppure di pirati, o di nemici giurati della sua bandiera.
