
Un certo giorno del 1810 la sua preghiera venne esaudita.
Cavil era inginocchiato sotto la tettoia del tabacco. Il locale era quasi vuoto, visto che il tabacco dell’anno precedente era stato venduto già da tempo, e il raccolto di quell’anno verdeggiava ancora nei campi. Lacerato tra preghiere, confessioni e oscure fantasie, alla fine esclamò: «Non c’è nessuno che possa udire la mia preghiera?»
«La sento fin troppo bene» disse una voce severa.
Sulle prime Cavil ne restò terrorizzato, nel timore che qualche estraneo — un vicino o magari il suo stesso sorvegliante — avesse udito chissà quale confessione. Ma, quando alzò lo sguardo, vide che non si trattava di nessuno di sua conoscenza. Eppure capì immediatamente che cosa fosse quell’uomo. Dalle braccia nerborute, dal volto bruciato dal sole e dalla camicia aperta — non portava soprabito — dedusse che non si trattava senz’altro di un gentiluomo. Però non era nemmeno un vagabondo bianco, né un venditore ambulante. Quell’espressione severa, la freddezza dello sguardo, la tensione dei muscoli che ricordava la molla compressa di una trappola d’acciaio… Evidentemente era uno di quegli uomini che con la frusta e i ferri sanno mantenere la disciplina tra i Neri che lavorano nei campi. Un sorvegliante. Solo che era più forte e pericoloso di qualsiasi sorvegliante che Cavil avesse mai visto. Capì all’istante che quel sorvegliante avrebbe spremuto fino all’ultima oncia di lavoro dai pigri scimmioni che cercavano di scansare la fatica dei campi. Capì che qualsiasi piantagione condotta da quel sorvegliante avrebbe sicuramente prosperato. Ma Cavil capì anche che non avrebbe mai osato assumere un uomo del genere, perché quel sorvegliante era così forte che Cavil avrebbe ben presto dimenticato chi fosse il padrone e chi il sottoposto.
