«Molti prima di te mi hanno chiamato Padrone» disse lo straniero. «Sapevo che mi avresti riconosciuto subito per quello che ero.»

Com’era possibile che l’uomo conoscesse le parole che Cavil aveva pensato nei più oscuri recessi della sua mente? «Allora sei davvero un sorvegliante?»

«Proprio come una volta è esistito un uomo che non era noto come un maestro, ma semplicemente come il Maestro, così anch’io non sono un sorvegliante, bensì il Sorvegliante.»

«Perché sei venuto?»

«Perché tu stesso mi hai chiamato.»

«E come potevo chiamarti, se non ti ho mai visto prima?»

«Quando s’invoca l’invisibile, Cavil Planter, non bisogna stupirsi se ci si trova davanti a qualcosa che non si è mai visto prima.»

Solo allora Cavil capì sino in fondo quale sorta di visione si trovasse a contemplare, proprio lì sotto la tettoia del tabacco. Un uomo che molti avevano chiamato Maestro era giunto in risposta alla sua preghiera.

«Signore Gesù!» esclamò Cavil.

Il Sorvegliante indietreggiò di scatto, sollevando una mano come per proteggersi dalle parole di Cavil. «A nessuno è concesso di rivolgersi a me con quel nome!» gridò.

Terrorizzato, Cavil si chinò fino a sfiorare la terra con la fronte. «Perdonami, Sorvegliante! Ma se sono indegno di pronunciare il tuo nome, com’è possibile che io possa guardarti in viso? O sono condannato a morire oggi stesso, senza aver potuto far penitenza per i miei peccati?»

«Guai a te, stolto» disse il Sorvegliante. «Che cosa ti fa pensare che quello che vedi sia il mio volto

Cavil alzò la testa e guardò l’uomo. «In questo momento vedo i tuoi occhi, che mi guardano.»

«Scorgi solo il volto che mi hai attribuito con la tua mente, il corpo che hai evocato con la tua immaginazione. Il tuo debole intelletto non potrebbe mai comprendere ciò che si troverebbe di fronte, se tu mi vedessi come sono realmente.



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