— Mia cara capitana, sei pronta ad andare? — chiese Vorkosigan. La sua voce era baritonale, il suo accento barrayarano aveva un tono un po’ rauco.

— Pronta come più non potrei esserlo, suppongo.

Illyan e il tenente Koudelka fecero strada verso l’uscita. Koudelka aveva un’andatura sciolta a paragone di quella rigida di Illyan, e Cordelia sentì che i dubbi la facevano accigliare. Vorkosigan le offrì il braccio e uscirono insieme, lasciando la casa affidata a Bothari.

— Qual è il programma per i prossimi giorni? — domandò lei.

— Be’, per prima cosa questa udienza, naturalmente — rispose Vorkosigan. — Subito dopo dovrò incontrare numerose persone. Il Conte Vortala si occuperà della coreografia. Entro qualche giorno ci sarà il voto di consenso da parte dei Consigli Riuniti, e poi il mio giuramento. Non abbiamo un Reggente da centoventi anni, e Dio sa quale protocollo tireranno fuori per spolverarlo alla meglio.

Koudelka sedette nel compartimento anteriore della vettura insieme all’autista. Nel retro, il capitano Illyan prese posto sul divano di fronte a Vorkosigan e a Cordelia. Quest’auto è corazzata, si accorse lei, notando il rumore sordo e pesante con cui gli sportelli si abbassavano. Illyan rivolse un cenno del capo all’autista, al di là del vetro antiproiettile, e la vettura partì senza scosse. Dall’esterno non entrava alcun rumore.

— Consorte del Reggente. — Cordelia assaggiò il suono delle parole. — È questo il mio nuovo titolo?

— Sì, milady — disse Illyan. Buona parte della lingua barrayarana derivava da quella inglese, mescolatasi con altre durante i secoli dell’Era dell’Isolamento, e la terminologia nobiliare era rimasta quasi intatta. Quasi, perché un inglese si sarebbe rivolto a lei con l’appellativo di «Vostra Grazia», oppure col meno formale «Lady Cordelia». Ma lei non ne sapeva ancora abbastanza. Forse il «milady» di Illyan stava per un «mia signora» di cui neppure un’imperatrice si sarebbe lamentata.



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