Scartai tutto quello che avevo scritto dopo quel punto, archiviai il dattiloscritto in solaio e non ci pensai più. Ma sei anni (e sei libri) dopo, in occasione della mia partecipazione come ospite d’onore alla Philcon ’89, Darrell Schweitzer mi chiese un racconto breve o un estratto per il programma della manifestazione. Non avevo racconti sottomano, ma subito mi tornò alla mente una delle scene che a suo tempo avevo scartato. Sfogliando e rileggendo la copia del dattiloscritto, decisi che in fondo non era poi così male e cominciò a serpeggiare dentro di me un insano desiderio di completare il progetto originale. Mi sentivo piuttosto a disagio perché sapevo che l’idea non era propriamente commerciale (ma come, un seguito diretto al mio libro meno fortunato, fondato essenzialmente sui personaggi e neppure troppo fantascientifico?) Insomma, mi sembrava più che altro un capriccio… dopo tutto, chi si prende la briga di scrivere a proposito della madre dell’eroe? Tuttavia, per ragioni che solo poco a poco mi divennero chiare, era una storia che volevo assolutamente raccontare.

Il tempo trascorso dalla stesura originale è stato davvero provvidenziale, perché nel frattempo avevo acquisito una certa padronanza della struttura del romanzo e, soprattutto, avevo accumulato alcuni anni di esperienza come madre e come essere umano. Perché infatti, nonostante l’intrigo politico-militare che muove in superficie la vicenda, Barrayar si è poi rivelato in realtà un romanzo su ciò che significa essere madre. Attraverso coppie parallele di personaggi — Aral e Cordelia, Kou e Drou, Padma e Alys Vorpatril, la principessa Kareen e il conte Vordarian, con l’aggiunta di Bothari, del simulatore uterino, nonché dell’anziano nonno Piotr — sono riuscita a prendere in esame varie costellazioni emotive legate alla maternità, o comunque al ruolo di genitori, ciascuna delle quali si riflette nell’altra, come un’alleanza per la vita in un mondo di morte.



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