
«E poi è vicino», aggiunse mia madre. «Potresti venire a casa per pranzo tutti i giorni.»
Annuii distrattamente, pensando che presto mi sarei conficcata uno spillone in un occhio.
Il sole filtrava attraverso lo spiraglio tra le tende della mia camera da letto; il condizionatore in soggiorno ronzava sinistro, annunciandomi un’ennesima mattinata soffocante mentre le lancette dell’orologio mi dicevano che erano le nove. Il giorno era cominciato senza di me.
Rotolai giù dal letto e andai in bagno. Da qui mi trascinai in cucina e mi piantai davanti al frigorifero sperando che le fate mi avessero fatto una visita durante la notte. Aprii lo sportello e fissai gli scomparti vuoti: il cibo non si era materializzato per magia dalle macchie nel contenitore del burro o dai rimasugli avvizziti che giacevano sul fondo dello scomparto della frutta e verdura. Solo mezzo barattolo di maionese, una bottiglia di birra, una pagnotta di pane integrale ammuffito, un piede di lattuga congelato e raggrinzito, ricoperto da una poltiglia scura e dalla plastica, e un barattolo di noccioline per criceti si frapponevano fra me e la fame. Mi chiesi, alle nove del mattino, se fosse troppo presto per bere una birra. Naturalmente a Mosca erano le quattro del pomeriggio. Bene.
Bevvi la metà della birra e mi avvicinai tetra alla finestra del soggiorno. Tirai le tende e guardai giù nel parcheggio. La mia Miata era sparita. Lenny aveva colpito presto. Nessuna sorpresa, eppure sentivo un nodo alla gola. Ora ero ufficialmente insolvente.
E come se non bastasse, avevo promesso a mia madre, poco prima del dessert, che sarei passata da Vinnie.
Mi trascinai sotto la doccia da cui emersi dopo mezz’ora di pianto dirotto. Infilai i collant, indossai un abito ed eccomi pronta a compiere il mio dovere filiale.
