Tornai a guardare nello specchietto e tirai il freno a mano. Lenny era come il fumo: se cercavi di afferrarlo, svaniva: perciò non volevo perdere quest’ultima occasione per patteggiare. Scesi dalla macchina, mi scusai con l’uomo intrappolato fra le nostre auto e mi diressi verso Gruber.

«Stephanie Plum», disse Gruber giulivo, fingendosi sorpreso. «Che piacere.»

Posai le mani sul tetto della vettura e lo guardai attraverso il finestrino abbassato. «Lenny, sto andando a cena dai miei genitori. Non vorrai riprenderti l’auto mentre sono da loro, vero? Sarebbe veramente meschino da parte tua.»

«Io sono un tipo meschino, Steph. Ecco perché faccio questo bel lavoro. Sono capace di tutto, o quasi.»

Il semaforo scattò e l’uomo alla guida dell’auto dietro Gruber si attaccò al clacson.

«Potremmo fare un patto», proposi a Gruber.

«Con te nuda?»

Ebbi la visione della mia mano che gli afferrava il naso e lo torceva. Fino a farlo strillare come un maiale. Il problema era che avrei dovuto toccarlo. Meglio continuare con le buone maniere. «Lasciami la macchina per stasera, te la riporto domattina.»

«Niente da fare», ribatté Gruber. «Sei troppo furba. Sono cinque giorni che do la caccia alla tua macchina.»

«Uno in più non fa differenza.»

«Mi aspettavo un po’ di riconoscenza. Capisci che cosa voglio dire?»

Mi morsi la lingua. «Scordatelo. Prenditi l’auto. Anzi, portala via subito. Io proseguirò a piedi.»

Lo sguardo di Gruber non si staccava dal mio petto. Porto la terza, una misura non trascurabile ma tutt’altro che imponente rispetto alla mia statura di un metro e settanta. Indossavo un paio di shorts neri da ciclista e una maglia sportiva di un paio di taglie più della mia. Non era certamente un abbigliamento seducente, ma Lenny sbirciava lo stesso.

Il suo sorriso si allargò al punto di mostrare che gli mancava un molare. «Potrei aspettare fino a domani. Dopo tutto siamo andati a scuola insieme.»



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