Gli aveva dato nuove energie. Per di più, anche altri campi della sua vita erano in evoluzione. Ad aprile, Jack aveva la testata del letto piena di graffi ed era stato trasferito all'AMIP, alla Omicidi.

Ma, a primavera inoltrata, proprio mentre la sua passione per lei si affievoliva, Veronica aveva cambiato atteggiamento. Era diventata seria: aveva dato inizio alla campagna per accalappiarlo. Una sera lo aveva fatto sedere e, con tono grave, gli aveva raccontato della grande ingiustizia della sua vita, subita molto prima che si conoscessero: nell'adolescenza aveva perso due anni a lottare contro il cancro.

La tattica aveva funzionato. Trovatosi con la bocca tappata, Jack non era più stato in grado di mollarla.

Quanto sei presuntuoso, Jack, ammise tra sé, come se il fatto di non lasciarla potesse essere una compensazione. Che grande presuntuoso sei.

In cucina, Veronica avvicinò il mento sottile al petto e, con la lingua fra i denti, prese a tritare un rametto di menta. Jack ingollò d'un fiato una sorsata di whisky.

Le avrebbe parlato quella sera. Forse, a cena…


Fu pronto in un'ora. Veronica accese tutte le luci di casa e le candele di citronella sulla veranda.

«Insalata di pancetta e di fave con rucola, gamberetti in salsa di miele e soia, seguiti da sorbetto di clementine. Sono o non sono la donna perfetta?» Scosse i capelli e sorrise, rivelando per un istante una fila di denti ben curati. «Ho pensato di farti provare il menù, per vedere se va bene per il party.»

«Il party.» Se n'era dimenticato. L'avevano deciso ritenendo che quello fosse un momento tranquillo, adatto a organizzare un simile «evento».

«Per fortuna, non me ne sono scordata, non ti pare?» osservò lei, superandolo con la padella Le Creuset colma di patatine novelle. Le porte finestre del soggiorno, che davano sul giardino, erano aperte. «Mangiamo qui, stasera, non ha senso aprire la sala da pranzo.» Poi si fermò, fissando la T-shirt stropicciata e i suoi capelli scuri spettinati. «Non pensi sia meglio vestirti per cena?»



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