
- malgrado la sua repulsione per la scena - risvegliando la sua parte più primitiva e brutale.
Spogliatosi delle vesti dorate fino a restare soltanto con un paio di braghe di pelle, il giovane dai capelli neri balzò in piedi sull'altare, sollevando un ventaglio di gocce cremisi. Con il viso rivolto verso l'Helgrind, cominciò a tremare, come colto da un attacco epilettico, gli spasmi a tempo con i rintocchi crudeli delle campane di ferro. La testa gli ciondolava dal collo, gli angoli della bocca schiumavano, le braccia si agitavano come serpenti irritati. I muscoli gli si ricoprirono di sudore finché non scintillò come una statua di bronzo negli ultimi bagliori del tramonto.
Le campane raggiunsero un ritmo parossistico; ogni nota strideva con l'altra. A quel punto il giovane tese una mano dietro di sé. Un sacerdote gli depose nel palmo l'elsa di uno strumento bizzarro: un'arma a un solo filo, lunga due piedi e mezzo, con il codolo pieno inserito in due guance saldate, una rudimentale guardia crociata e una larga lama piatta che terminava con una svasatura dentellata, vagamente somigliante a un'ala di drago. Era un'arma disegnata per un unico scopo: trapassare armatura, ossa e tendini con la stessa facilità che avrebbe incontrato davanti a un otre pieno d'acqua.
Il giovane la sollevò puntandola verso il picco più alto dell'Helgrind. Poi si lasciò cadere su un ginocchio e, con un grido incoerente, si amputò la mano destra.
Il sangue sprizzò sulle rocce dietro l'altare.
Eragon fece una smorfia e distolse lo sguardo, ma non poté fare a meno di udire le grida strazianti del giovane. In battaglia aveva assistito a molte amputazioni, ma gli sembrava una follia mutilarsi di proposito quando era così facile restare menomati nella vita di tutti i giorni.
I fili d'erba della duna frusciarono quando Roran spostò il peso del corpo, borbottando qualche imprecazione che si smarrì nel folto della sua barba.
